
Tra Europa e Asia, immersi nei colori, nei profumi intensi di spezie e caffè, e in quell’amicizia schietta che non conosce confini né fusi orari.

















L’ultimo viaggio di lavoro mi ha regalato una destinazione che porto da sempre nel cuore: Istanbul. Un vero salto in un mondo dove il ritmo quotidiano, l’ospitalità, il cibo, la famiglia e i legami umani assumono un significato profondo, quasi ancestrale. Quale occasione migliore per riabbracciare Gokhan, compagno fidato di tante scorribande motociclistiche, da poco rientrato dal suo periodo negli Stati Uniti?
Il primo giorno ci siamo concessi un classico tour de force a piedi, di quelli che ti lasciano addosso una stanchezza felice: oltre trentamila passi macinati tra la magia della Moschea Blu, la solennità senza tempo di Santa Sofia e il mistero ipogeo della Basilica Cisterna, con le sue colonne immerse nell’acqua e le teste rovesciate di Medusa a sfidare i millenni. E poi ancora il viavai del porto a Karaköy, il labirinto brulicante del Gran Bazar, l’energia pulsante di İstiklal Caddesi fino a Taksim Meydanı, fermandoci ad ammirare la monumentale facciata neogotica della chiesa di Sant’Antonio di Padova.
Tra una tappa e l’altra, qualche pausa d’obbligo a sorseggiare un tè bollente nei tradizionali bicchierini di vetro o un denso caffè turco, un trancio di pide condiviso e, a chiudere la giornata, una cena suggestiva al Circolo Ufficiali dell’Esercito Turco, dentro un palazzo maestoso con una terrazza affacciata sull’orizzonte scintillante di tutta la città.
Proprio lì a tavola, tra un aneddoto e l’altro, Gokhan lancia la scintilla:
«Ti andrebbe di andare a fare un giro in moto domani sulle colline intorno a Istanbul?»
Resto un attimo spiazzato. Con quale moto? E con quale abbigliamento, visto che sono partito solo con vestiti da lavoro? Ma Gokhan aveva già ordito il piano perfetto: un suo collega e compagno di uscite aveva messo generosamente a disposizione la sua KTM 250, completa di tutta l’attrezzatura necessaria — giacca tecnica, casco e guanti. Nel codice non scritto tra motociclisti, la fratellanza funziona esattamente così.
Il mattino seguente, un’oretta di metropolitana sotto il Bosforo per raggiungerlo a casa sua, nella sponda asiatica. C’è una magia tutta speciale in questo attraversamento: scendi in Europa, risali in Asia come se fosse la cosa più normale del mondo.
All’uscita l’amico di Gokhan è lì che mi aspetta con la moto. Due chiacchiere veloci, le raccomandazioni di rito sui comandi, casco allacciato e via: si parte.
La prima mezz’ora è un tuffo nel traffico indomabile di Istanbul: una miscela esplosiva a metà strada tra Napoli e Roma nell’ora di punta, con sciami di rider che ti sfilano a destra e a manca a pochi centimetri dallo specchietto. Gokhan apre la strada in sella alla sua nuova Honda con cambio a doppia frizione DCT, rivelatasi l’arma assoluta per domare il caos urbano senza stress; è incredibile come abbia già fatto suo il modo di districarsi nel traffico turco, con un colpo d’occhio da veterano.
Superato il tratto d’autostrada, la metropoli sfuma alle nostre spalle e si aprono le colline. La strada si trasforma in un nastro sinuoso che si fa largo nel verde fitto, bagnato dall’umidità delle piogge recenti. Nei boschi ai lati scorgiamo famiglie accampate a raccogliere funghi o raccolte intorno alla brace per il rito del barbecue all’aperto.
Una sequenza di curve continue e raccordate, di quelle che non si vedono quasi mai negli Stati Uniti, dove i rettilinei infiniti la fanno da padroni. Con la piccola KTM 250 mi diverto come un ragazzino: agile, leggera come una piuma da buttare in piega, con un motore di cilindrata contenuta ma vispo e reattivo quando tieni aperto il gas tra una curva e l’altra.
Nel cuore di questo percorso montuoso attraversiamo Polonezköy, letteralmente il “villaggio polacco”. Un borgo fondato a metà dell’Ottocento da esuli polacchi, che ha conservato intatta la propria anima tra architetture tradizionali e folti boschi. Per me, con Maggie polacca, incrociare quest’angolo di Polonia incastonato nel verde della Turchia asiatica è una di quelle coincidenze di viaggio che lasciano un sorriso stampato sotto il casco.
A metà strada facciamo sosta in una tipica locanda di mezza collina. Nel patio aperto sulla foresta c’è una stufa a legna accesa che diffonde un calore accogliente. I tavoli in legno portano ancora i contapunti segnati a matita e i portacenere testimoniano le infinite serate trascorse dagli anziani del posto a giocare a carte. Con la sera che comincia a farsi fresca, ordiniamo due bicchieri di ottimo tè turco caldo: la pausa perfetta prima di rimetterci in marcia per rientrare.
Cento chilometri tondi di asfalto nuovo, aria tersa e profumo di terra bagnata. Chi l’avrebbe mai detto che un ordinario viaggio di lavoro si sarebbe trasformato in una cavalcata su due ruote tra i boschi della Turchia?
Per concludere in bellezza, un’altra bella passeggiata serale e una cena succulenta da Günaydın, la celebre steakhouse da cui è partita la scuola che ha reso famoso Salt Bae in tutto il mondo: carne squisita, frollatura impeccabile e sapori intensi.
Giornate piene, autentiche, indimenticabili. Grazie di cuore Gokhan: a buon rendere, spero prestissimo!

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