Scomodamente Felice: 1050 Miglia di Medicina per l’Anima

   

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Potrei restare a casa.
Potrei godermi i giorni liberi tra le mura di ciò che il lavoro di una vita, mio e di mia moglie, ci ha regalato. In fondo, a quasi 60 anni, il diritto di sedersi in poltrona e guardare indietro con soddisfazione me lo sono ampiamente guadagnato.
Eppure, non ci riesco. Mi manca sempre quel “qualcosa”.

Mi manca il gusto di scoprire posti nuovi a cavallo della mia motocicletta. Quella spinta irrazionale a percorrere più chilometri di quanto sia sensato fare, a programmare distanze sulla carta irraggiungibili, sfidando il tempo e la stanchezza solo per il piacere di provarci.

Questa volta, la strada mi ha portato da Virginia Beach fino a Savannah. Tre giorni, 1050 miglia (circa 1700 chilometri) che sono stati preparati con una cura quasi maniacale per settimane. Ore passate davanti allo schermo con l’aiuto dell’AI e di Garmin BaseCamp, a tracciare waypoint, a studiare ogni singola curva e ogni possibile deviazione, sognando il percorso prima ancora di accendere il motore. Una pianificazione tecnica, precisa, che però serve solo a dare una struttura a un desiderio che di razionale non ha nulla.

Perché la verità è che, anche se potrei permettermi il miglior albergo della zona, niente mi dà più gioia che preparare la mia attrezzatura. C’è un rito sacro nel trovare il campeggio giusto, nel montare la tenda con le proprie mani e, infine, nello scivolare nel sacco a pelo per dormire scomodamente felice.

Mi mancava vedere i numeri scorrere sul rullino del contachilometri. Mi mancava quel gesto, quasi una firma d’orgoglio, di azzerarlo ad ogni pieno. Mi mancava sfilarmi il casco ad ogni sosta come se avessi appena vinto un Gran Premio, sentire il sudore asciugarsi e poi, semplicemente, girare l’acceleratore. Sentire quell’accelerazione e quel rumore che ti entra in testa da bambino e non ti abbandona più, un timbro che vibra nel petto e spazza via ogni pensiero superfluo.

Oggi, mentre torno, queste 1050 miglia fatte senza andare veramente “da nessuna parte” mi stringono il cuore. Mi chiedo per quanto tempo ancora potrò farlo, quanto spazio resti ancora per queste fughe solitarie. Ma poi capisco che non importa la meta, conta solo il movimento.

L’avventura è la medicina per l’eternità. Finché c’è avventura, c’è speranza

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