Una Vespa, un Ricordo e una Brezza d’Estate

   

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Quando l’estate rallenta e il vento profuma di libertà e nostalgia

Giornata stranamente fresca e assolata qui a Virginia Beach. Una pausa inaspettata in un’estate di fuoco. Maggie, assorta nel torneo di tennis di Montréal, segue ogni scambio come se fosse una finale di Wimbledon. Io, invece, mi annoio. Troppa quiete per restare chiuso in casa.

Così, complice questo clima gentile e raro da queste parti, ho deciso di prendere la mia Vespa per un giretto improvvisato tra le campagne di Virginia Beach, direzione Pungo Ferry Road. Una strada che amo: tra campi, profumo di terra e quel senso di libertà che solo le due ruote riescono a regalare.

Ogni volta che salgo su quella sella, torno indietro nel tempo. La mia carriera da motociclista è iniziata proprio così, su un vespino 50 verde a quattro marce. D’estate lavoravo in una carrozzeria leggendaria: la Ferrari. Fu lì che, tra sogni a motore e pistole a spruzzo, decisi di dare un tocco personale alla mia Vespa, verniciandola a mano con una sfumatura dall’oro al rosso. Un capolavoro improvvisato, che ancora oggi ricordo con orgoglio.

Poi arrivarono i PX 125: due in Italia, testimoni silenziosi di mille storie. E una volta in America, acquistai un PX 150 su eBay, in arrivo dal Colorado. Un incubo. Una fregatura epocale. Ho passato più tempo con le mani nel motore che a guidarlo. Alla fine mi sono stufato, ho mollato tutto… e ho fatto la scelta migliore: la mia Vespa Primavera 150 Red, nuova fiammante.

Bellissima. Elegante, vivace, senza pensieri. Tutte le volte che la prendo, la gente mi ferma, mi fa i complimenti, mi chiede l’anno, il modello, il colore. Più che quando giro con la mia Harley, giuro!

E forse non è un caso. Perché la Vespa non è solo uno scooter: è un’icona.

Nata nel secondo dopoguerra, quando l’Italia aveva bisogno di ripartire, la Vespa è figlia dell’ingegno della Piaggio, azienda che fino ad allora produceva arredamenti navali e aerei. Negli anni ’40, Corradino d’Ascanio – ingegnere aeronautico, e per ironia della sorte non amante delle moto – progettò qualcosa di nuovo, semplice, accessibile. Lo scooter doveva chiamarsi “Paperino”, ma fu Enrico Piaggio, sentendo il ronzio del motore, a battezzarlo “Vespa”. Il nome rimase, e diventò leggenda.

Con 98 cc, tre marce, 3,2 cavalli e 60 km/h di velocità, la prima Vespa conquistò subito il cuore degli italiani. Le vendite esplosero. Era cara, sì – 68.000 lire, quasi un anno di stipendio – ma con le rate divenne il simbolo di una generazione. Nacquero i sidecar, l’Ape, e persino la Vespa militare per i paracadutisti francesi.

Nel 1953 arrivò la consacrazione internazionale con Vacanze Romane: Audrey Hepburn e Gregory Peck in sella alla Vespa scorazzavano per Roma, regalando al mondo l’immagine di un’Italia leggera, innamorata, sognante. Da lì, fu tutto un crescendo: da “Quadrophenia” ai film di Hollywood, passando per Cinecittà, la Vespa fu sempre lì.

Il giro di oggi è stato breve, ma rigenerante. Un tuffo nei ricordi, tra curve leggere e sorrisi gratuiti. E mentre il sole cala dietro i campi di Pungo, penso che forse non servono mille miglia per sentirsi in viaggio. A volte basta una Vespa, un po’ di asfalto e il vento giusto.

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